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Pietro Micca 1895 Foto Maccione 1

Emiliano Parenti, direttore tecnico della Tecnomar di Fiumicino, ha scritto per il Notiziario del Centro Studi Tradizioni Nautiche di Napoli la straordinaria storia del Rimorchiatore “Pietro Micca” varato nel 1895 e tutt’oggi, dopo 123 anni di vita, regolarmente navigante e di base a Fiumicino: è la più antica nave commerciale a vapore. Iscritta nel 1905 nel Registro del Compartimento Marittimo di Napoli, ha trascorso in questa città gran parte della sua esistenza. Appartiene all’ “Associazione Amici delle Navi a Vapore G.L. Spinelli” che “dopo averla salvata da sicura demolizione  oggi l’ha resa protagonista di attività culturali, didattiche, scientifiche ed ambientali. Il “Pietro Micca” è sempre pronto a prendere il mare per guadagnarsi il proprio futuro, testimonianza storica delle tecnologia di un tempo”. Ecco lo straordinario racconto di questo bene culturale di interesse inestimabile.

di Emiliano Parenti - Aprile 2018
P.g.c. dell'autore e del CSTN, Centro Studi Tradizioni Nautiche di Napoli

Fotografie Archivio CSTN, Tecnomar e Paolo Maccione

4 settembre 1895, il varo di DILWARA

Pietro Micca una foto depoca

Nato con il nome di “Dilwara”, il R.re “Pietro Micca” fu varato il 4 Settembre 1895 nel Cantiere James P. Rennoldson & Sons, South Shields, South Tyneside, Regno Unito con il numero di cantiere 166, e iscritto all’Official Registration Number 105748. Il cantiere, abile nella costruzione di ogni tipo di bastimento, anche militare, ma specializzato, come tutto il comparto geografico, in rimorchiatori, operò sulle rive del Fiume Tyne, sulla costa Nord Est dell’Inghilterra, dal 1872 al 1929. Figura 2 Il cantiere lungo le rive del fiume Tyne

Le dimensioni del “Pietro Micca” sono: 135,35 tonnellate di stazza lorda, 34 tonnellate di stazza netta, 95.4 piedi di lunghezza, 20.2 piedi di baglio massimo e 11.2 piedi di profondità. Fu messo in servizio nel Dicembre 1896, dalla United Steam Tug Company di Londra, come da estratto Lloyd’s dell’epoca, e ci rimase fino al 1903. E’ bello immaginarlo rimorchiare verso buon porto un Clipper Inglese di ritorno dal Sud America con il suo carico di guano o salnitro, o dall’Estremo Oriente con te e spezie. Figura 3 Registro Lloyds 1896 1897Nel 1905, in un periodo che vedeva queste affascinanti macchine da lavoro già non più giovani (nel 1912 il “Titanic” intraprendeva il suo viaggio inaugurale quando il “Pietro Micca era quasi maggiorenne), “Dilwara” lascia i mari del Nord per il Mediterraneo, attraverso una navigazione atlantica lungo la Manica, il Golfo di Biscaglia e lo Stretto di Gibilterra. Sotto il comando del Capitano Bartacca di Viareggio , si presenta alle porte del Mediterraneo fino alle nostre coste, trovando il suo porto di armamento a Napoli, in seguito all’acquisto da parte di un armatore locale. Dal quel momento passerà sotto il comando del Capitano Antonio Scotto d’Antuono “Scialò” e segnerà indelebilmente la propria presenza lungo le coste di tutto il Golfo.

1905, l'arrivo in Italia
Figura 4 Atto di NazionalitàE’ molto stimolante per il cuore degli appassionati e degli studiosi di storia ed argomenti marittimi immaginare il rimorchiatore, nelle notti di navigazione, con il solo conforto di un faro lontano, illuminato da fanali di rame alimentati a petrolio e tenuti sempre lucidi dalla cura del mozzo. Da lì a breve, quegli stessi fanali di navigazione sarebbero stati puliti, secondo le usanze locali, con i mezzi limoni della Penisola Sorrentina. Possiamo solo immaginare lo scafo slanciato e potente della nave solcare le lunghe onde atlantiche con la sua prua dritta, i punti nave presi con il sestante ed, in caldaia, i fuochisti in canottiera con lo straccio attorno al collo, alimentare a palate di carbone i forni in mattone del rimorchiatore, in navigazione lungo rotte a lui sconosciute fino a quel momento. Al suo arrivo in Italia, viene registrato presso il Compartimento Marittimo di Napoli con il numero 33 ed identificato con la dicitura “Piro Rimorchiatore Goletta”; il suo nome cambia in “Pietro Micca”. Il suo primo armatore italiano è l’impresa “Fogliotti-Merlino”, un connubio piemontese-napoletano, diventata poi solamente “Impresa Merlino”, fondata da Giuseppe e proseguita negli anni successivi da Pietro e Francesco Merlino, che ne saranno i proprietari fino al 1975. Successivamente la proprietà passa alla SARGENAVI, Società Armamento Gestione Navi Agenzia Marittima Srl. di Vittorio Fariello, “Don Vitto’”, Franco Fariello e dell’Avvocato Perrella. La dicitura “Piro Rimorchiatore Goletta” è dovuta al fatto che la nave porta un armo a goletta; il rimorchiatore nasce, infatti, nel periodo di transizione dalla navigazione a vela verso quella a vapore e ciò è testimoniato dall’armo velico a due alberi, che gli permette di sfruttare eventuali venti portanti, economizzando i consumi, e gli garantisce una maggiore stabilità.

La più antica nave commerciale d'Italia
Il “Pietro Micca” è la nave commerciale più antica d’Italia e tra le pochissime ancora esistenti. L’unico rimorchiatore d’alto mare a vapore. Basti pensare che in Inghilterra, patria della Rivoluzione Industriale, gli ultimi rimasti, tra cui il “Challenge” e il “Flying Buzzard”, sono almeno una trentina d’anni più giovani, alcuni riconvertiti, altri appartenenti a fondazioni, con lo scopo di tramandarne la storia quali testimoni della grande innovazione tecnica rappresentata dalla macchina a vapore applicata ai bastimenti. In Nord Europa, soprattutto in Svezia, quelli ancora esistenti, oltre ad essere più piccoli, sono tutti concepiti per navigazioni interne o negli arcipelaghi. Negli anni ’90, nel corso delle nostre ricerche presso l’Ufficio Naviglio di Napoli, vedere nel registro scritto a mano, ingiallito dal tempo, la linea del “Pietro Micca” integra, nel bel mezzo di linee barrate, sia sopra che sotto, corrispondenti a navi perdute o messe in disarmo da tempo, è stata una grande emozione. Sotto la proprietà Merlino, società armatrice proprietaria di una delle cave storiche del Golfo di Napoli, la cava di Puolo, il “Pietro Micca” partecipa alla costruzione di scogliere e porti, adibito con la sua possente macchina allo spostamento dei pesanti “pontoni” carichi di massi ed a capo di una flotta costituita da altri due rimorchiatori a vapore: lo “Iolanda”, dotato di una macchina da 97 Hp e adibito al rimorchio delle “bettoline” caricate con materiali di risulta, e l’“Utile”, piccolissimo, adibito al rimorchio della “biga”, chiatta attrezzata con una capra, adatta alla sistemazione delle scogliere. Non solo le navi, ma tutte le attività della cava erano mosse da macchine alimentate a vapore e dalle braccia degli uomini.

L'attività della Cava
Figura 5 Il Pietro Micca nella rada di Puolo
L’attività della Cava era strettamente legata all’attività principale della ditta Merlino che era quella di costruire opere marittime (porti e dighe frangiflutti). Per il trasporto dei massi si utilizzavano i pontoni, grosse chiatte su cui erano poste file parallele di binari necessari per l’imbarco dei massi posti sui carrelli. I pontoni denominati Campania, Asti, Savoia (a denotare l’influenza piemontese nella ditta Merlino) venivano trainati dal rimorchiatore Pietro Micca acquistato, agli inizi del secolo, dalla ditta Merlino in Inghilterra e tutt’oggi ancora operante come mezzo da diporto (unica nave a vapore italiana ancora in circolazione). […] Gli equipaggi dei pontoni avevano delle caratteristiche particolari, infatti gli imbarcati svolgevano varie mansioni ed erano un po’ marinai, un po’ operai, un po’ gruisti e ferrovieri a seconda delle operazioni che il mezzo svolgeva. Dagli inizi del ‘900 fino a metà degli anni settanta, nel periodo che andava da aprile ad ottobre, la vita degli abitanti del borgo era scandita dai ritmi legati all’attività della cava: il rumore prodotto dal frantoio, il fischio del capo operaio per l’inizio e la fine dei turni di lavoro, i tre squilli di tromba che avvisavano operai e popolazione dell’imminente esplosione di una mina, il rumore del grosso compressore - posto nei locali all’ingresso della cava - che pompava aria ai martelli pneumatici che operavano lungo il costone roccioso, il martellare degli operai nella forgia, il fischio del Pietro Micca che chiedeva a qualche cutter ancorato nella baia di spostarsi al fine di effettuare la complicata manovra per l’attracco dei pontoni e la voce possente del capo-pontone che all’attracco chiedeva “‘O pont’ è lest’? Ammaina!” (il ponte è libero? ... ammaina!) e solo allora il ponte levatoio che era alla testata del molo veniva calato ed iniziavano le operazioni d’imbarco dei carrelli carichi di macigni (Cit. “Puolo… un paese si ricerca” a cura di Rita Di Leva e Claudio Esposito, Sorrento 2017). L’equipaggio, affezionatissimo al rimorchiatore, usava vezzeggiarlo, anziché con un semplice soprannome, con una piccola filastrocca: “Pietro Micca minatore di Torin fu salvatore”.
Figura 6 Equipaggio a bordo circa 1955Equipaggio a bordo (circa 1955)
Da sinistra: Francesco Spinelli,”Scirocc”, Geom. Pierino Gonella, Capitano Michele Esposito “Spes’ ‘e donne”, Giovanni Vastatore Capitano d’armamento, Salvatore Di Leva “Capaliscia”, Liberato “’o Raìs”, ”Francesco Gargiulo “Ciccillo ‘a fetemia”

Da Procida a Castellammare di Stabia a Torre del Greco
Figura 7 Ganci di bloccaggio dei cavi da rimorchioDurante la stagione alla cava, il rimorchiatore faceva base nella rada di Puolo e l’equipaggio diventava parte integrante della comunità del piccolo borgo marinaro. Durante il fermo invernale, quando l’attività nella cava era ferma a causa delle condizioni meteorologiche avverse e dello stato del mare, il “Pietro Micca” era ormeggiato all’interno del porto di Napoli, al bacino N. 3 lato interno, oppure di fronte alla stazione dei Vigili del Fuoco in Calata Marinella. Nel porto di Napoli, prima della Seconda Guerra Mondiale, per conto della “SEBNA” Società Bacini Napoletani, oggi Cantieri del Mediterraneo, la “Fogliotti-Merlino” con il “Pietro Micca” ha costruito, in muratura il bacino N. 1, dove, da quel momento in poi, all’inizio di ogni stagione, il rimorchiatore andrà in bacino di carenaggio. E poi ancora, le scogliere di S. Lucia, Circolo Posillipo, palazzo Donn’Anna, Giuseppone a Mare, Villa Rosebery, Marechiaro, Nisida, Coroglio, fino ad Acquamorta a Monte di Procida. Molte di queste sono costituite dalle pregiate, ed esteticamente belle a vedersi, scogliere “a mosaico”, a piramide tronca, chiuse e consolidate da un “solettone” superiore in cemento. Un’opera da specialisti. Ad Ischia, il “Pietro Micca” con i pontoni a rimorchio è stato presente a Lacco Ameno, Casamicciola, sotto al cimitero e alla spiaggia di S.Pietro. Ha lavorato anche a Procida per la costruzione del porticciolo della Chiaiolella. E poi Castellammare di Stabia, Torre del Greco, etc. Ma la sua attività non si è limitata all’area napoletana.

Rimorchiatore e dragamine, la sfida del "tiro alla fune"
Figura 11 Alato in secca a GaetaSempre prima della Seconda Guerra Mondiale il “Pietro Micca” si spinge fino alle coste algerine per dare il suo contributo in ciò che meglio sapeva fare: la costruzione delle scogliere di un porto, nella fattispecie, quello di Orano. In uno dei viaggi di ritorno, i racconti che gli orgogliosi equipaggi si sono tramandati da uno all’altro, ci riportano che, navigando a vela ed a vapore, il “Pietro Micca” arrivò a Napoli prima del postale Napoli-Palermo. Durante la Seconda Guerra Mondiale la cava Merlino viene requisita dal comando americano e il “Pietro Micca”, pedina così importante nella “filiera” dell’estrazione e dello spostamento delle rocce, ne segue le vicende, venendo destinato alla costruzione non più di porti, ma delle strade per l’avanzata alleata verso Nord. In quegli anni travagliati e drammatici viene impegnato anche come dragamine. Subito dopo la fine della guerra ha lavorato in qualità di rimorchiatore portuale a Civitavecchia, dove svolgeva il servizio navi assieme ai compagni di flotta “Sandoz”, poi diventato “Coroglio”, ed il già noto “Utile”; nonché a Salerno e Castellammare di Stabia, sempre con simili mansioni. Nel 1951, finita la guerra e probabilmente a causa dell’incremento del traffico nel porto di Napoli, il “Pietro Micca” viene noleggiato alla compagnia dei Rimorchiatori Napoletani e, affiancando le altre navi della flotta, espleta il più tradizionale, per un rimorchiatore, servizio portuale. Si sa, l’orgoglio del marinaio per la propria nave è proverbiale. Sempre nel 1951, mentre svolgevano servizio nel porto di Napoli, il “Pietro Micca” e il rimorchiatore ”Antonio Starita” si sono sfidati ad un “tiro alla fune” poppa-poppa uniti dal cavo di rimorchio, entrambi alimentati ancora a carbone, ma l’”Antonio Starita” con una macchina di 100 Hp più potente di quella del “Pietro Micca”. Dopo cinque minuti la caldaia dello “Starita” ha cominciato a perdere pressione e il “Pietro Micca” se l’è portato via.(Sic) Deve essere stata una visione fantastica e lascio immaginare il rientro all’ormeggio dei due equipaggi. Che uomini di mare! Nel 1959, in preparazione ai giochi olimpici del 1960, l’impresa Merlino torna a costruire. Assieme all’impresa “Savarese”, ha contribuito alla costruzione della gettata di scogli, diventata poi Molosiglio.

Una macchina a vapore da 450 cavalli ancora perfettamente funzionante
Figura 8 La macchina a triplice espansioneIl cuore del “Pietro Micca” è costituito da una macchina a vapore a triplice espansione capace di sviluppare 450 Hp. La macchina, la stessa con cui fu varato nel 1895, è ancora oggi perfettamente mantenuta e funzionante in tutte le sue parti: caldaia, condensatore, stantuffi, fasci tubieri, pompa del vuoto, cuscinetti di banco, anelli di tenuta, aste delle valvole, cavallini. La propulsione è assicurata da un’elica in ghisa a quattro pale del diametro di 2.48 metri, anch’essa parte della costruzione originale, applicata direttamente all’asse. A pieno regime, il numero dei giri per minuto all’elica, che sono poi gli stessi della macchina, è di 85, il che permette, in condizioni di mare calmo, di raggiungere una velocità di 11 nodi. Il tutto in perfetto silenzio. La potenza, espressa in Kg sul Bollard Pull, è di 5.000 kg. [il “Bollard Pull” è l’unità di misura che indica la forza esercitata da un tiro (pull) statico su un punto fermo, cioè una bitta (bollard)]. Lo scafo è in ferro chiodato. La caldaia può essere alimentata sia a carbone sia ad olio pesante, essendo stati aggiunti nel 1953 quattro bruciatori, che rappresentano anche l’unica modifica fatta dal 1895 ad oggi, oltre alla rimozione delle lamiere paraspruzzi montate su entrambi i masconi, a prua della tuga fino alla ruota, dando al “Pietro Micca” una connotazione più Sud Europea e rendendolo più utilizzabile con il caldo clima del Golfo di Napoli. Più recentemente, è stato dotato di un impianto ad energia solare.

A Napoli una flotta di rimorchiatori

Figura 9 Piani Generali

Dal 1975 fino al 1996, durante la proprietà SARGENAVI, il “Pietro Micca” aveva l’ormeggio al Molo del Carmine all’interno del porto di Napoli. La flotta SARGENAVI, di cui il “Pietro Micca” era l’unico rimorchiatore a vapore, era composta da: “S.Antonio I”, “S.Antonio II”, “S.Antonio III”, “Pietro Micca”, “Don Giovanni” (anch’esso restaurato dal cantiere Tecnomar di Fiumicino all’inizio degli anni 2000 ed oggi battente bandiera spagnola), “Jumbo”. In quegli anni, con la modernizzazione rappresentata dalla nascita di mezzi più efficienti quindi più economici, il “Pietro Micca” rischiava di propendere verso un inesorabile isolamento ed inutilizzo, prodromi della demolizione. Una macchina endotermica richiedeva meno manutenzione e meno personale di una macchina a vapore, occupava meno spazio e pesava di meno. Infatti il “Pietro Micca”, per essere condotto in modalità operativa, aveva a ruolino un equipaggio composto da capitano, direttore di macchina, fuochista e due marinai di coperta. Cinque contro i tre di un rimorchiatore moderno anche se era raro che l’equipaggio fosse completo.

Al servizio della U.S. Navy
Pietro Micca 1895 Foto Maccione 2Ma anche le Navi come gli esseri umani sono legate alla fortuna e, come uso spesso dire ai miei interlocutori su questo argomento, la nave è “figlia della guerra fredda”. E non c’è dubbio che il “Pietro Micca” sia stata una nave fortunata, essendosi trovata sempre nelle congiunture più favorevoli che le hanno permesso di attraversare un secolo che, attraverso le più grandi scoperte, la tecnica ed il progresso, ha segnato la storia dell’intera umanità. Come si dice: al posto giusto nel momento giusto. Infatti, durante gli anni del dopoguerra, la Sesta Flotta della U.S. Navy si stanzia a Napoli e gli equilibri geopolitici del bipolarismo ne allungano la permanenza fino al crollo del muro di Berlino. A quel tempo, alcune unità militari americane utilizzavano il vapore per servizi di bordo, quali riscaldamento, servizi igienici, etc. e durante i periodi di manutenzione, le caldaie di bordo dovevano necessariamente essere spente. Il “Pietro Micca”, orgogliosamente rappresentando l’indole ed il carattere della città di Napoli dove con poco si fa tanto, ormeggiato sottobordo e collegato attraverso delle manichette, produceva vapore con la sua piccola caldaia e lo vendeva alle grandi navi, permettendo di mantenere le routine di bordo a tutto l’equipaggio militare. Le manovre erano, a volte, difficilissime e rischiose. L’immagine del piccolo rimorchiatore, che ne rappresenta il cuoricino pulsante, ormeggiato sottobordo ad una nave da guerra, mi ha sempre fatto sorridere. Tra le tante altre, furono rifornite le navi “Nitro”, “Guadalcanal”, “Hermitage”, “Albany” e “Portland”.

Gli uomini del rimorchiatore
Per tre generazioni, i capitani, i direttori di macchina o “maestri del vapore”, categoria al tempo contemplata dai ruoli della Gente di Mare, i fuochisti ed i marinai di questa nave provenivano da Monte di Procida e dalla Penisola Sorrentina. Gente di mare ma, ancora di più, gente del golfo di Napoli. Gli anni napoletani del “Pietro Micca” hanno visto avvicendarsi a bordo, da mozzo a giovanotto di macchina, da marinaio a fuochista, da capitano a direttore di macchina, molti membri della famiglia Spinelli di Monte di Procida: Antonio e suo figlio Benito e, a seguire, Francesco, Carmine, Salvatore, Michele, Giuseppe; a poi ancora Antonio “Giovanott” e, infine, Antonio Spinelli, nipote, che ha accompagnato il “Pietro Micca” nella sua rinascita. Della Penisola Sorrentina, ricordiamo le famiglie Di Leva ed Esposito di Puolo, marittimi nel sangue.

Figura 10 A poppa del Pietro Micca anni 60

A poppa del Pietro Micca (anni '60)
Da sinistra: Francesco Di Leva “Ciccillo d’Amaliett’”, marinaio “storico” a bordo per 40 anni, Antonio Costaiola “Fessacchione”, fuochista, Benito Spinelli “Scirocc”, direttore di macchina, imbarcato dal 1954 al 1992, Luigi Di Leva “Giggino ’o brissaglier’”

PIRO RIMORCHIATORE GOLETTA PIETRO MICCA - DATI TECNICI

ANNO DI COSTRUZIONE

1895

MATERIALE

Acciaio

CANTIERE

Rennoldson and Sons, South Shields

Newcastle, England

NUMERO DI COSTRUZIONE

166

ALBERI

Due

LUNGHEZZA FUORITUTTO

30,58 metri

LARGHEZZA

6,20 metri

PESCAGGIO

3,70 metri

DISLOCAMENTO

248 tonnellate

STAZZA LORDA

134 tonnellate

N° di registrazione macchina

435

TIPO DI MACCHINA

alternativa a triplice espansione con distribuzione a cassetto piano

costruita da Rennoldson and Sons

INVERSIONE DI MOTO

a settore comandato da ruota servo assistita a vapore

CARATTERISTICHE DEI CILINDRI (diametro)

Alta press.

Media press.

Bassa press.

34,29 cm.

55,88 cm.

91,44 cm.

CORSA

60,96 cm.

CILINDRATA

650,810 cmc

CALDAIA

A due forni con due bruciatori con polverizzazione a vapore

PRESSIONE MAX

12 kg/cmq

PRESSIONE DI ESERCIZIO

8-10 kg/cmq

POTENZA MASSIMA AL FOCOLARE

4.253.000 kcal/h

POTENZA

450 hp a 90 giri per minuto

GIRI A REGIME

85 giri per minuto

CAPACITA’ CALDAIA

25 metri cubi

VELOCITA’

10 miglia /ora

AUTONOMIA

2.400 miglia

ELICA

Quattro pale con diametro 2.48 metri

PASSO ELICA

3,81 metri

SERVIZI AUSILIARI

Due cavallini a vapore servizi vari (alimentazione, antincendio, travasi), un cavallino travaso olio, un cavallone a vapore per esaurimento grandi masse, un eiettore alimento caldaia, un eiettore per esaurimento sentine

I ricordi dei marinai dell'epoca
Pietro Micca 1895 Foto Maccione 5Nei racconti, che abbiamo avuto la fortuna di raccogliere dai marinai dell’epoca, sono ancora vivi i ricordi di quei giorni. Durante la costruzione delle scogliere la vita di bordo era scandita da turni di 15 giorni intervallati da un solo giorno di riposo, all’epoca c’era un solo equipaggio, per cui non erano possibili turnazioni. Spesso non si faceva in tempo a tornare dalle famiglie, per chi ce l’aveva. Da qui la divertente nascita del soprannome di uno dei capitani “Spes’ ‘e donne”, che trovò la sua origine dalla voce di spesa che lui stesso aveva riportato a piè di pagina nella nota settimanale destinata all’Armatore. Nella sua preziosa testimonianza Benito Spinelli ci racconta della fornitura di vapore alla nave americana “Nitro”, durante la quale il “Pietro Micca” rimase in rada davanti a Napoli per 19 giorni consecutivi, notte e giorno, con le manichette allungate sulla coperta della nave e le caldaie a pieno regime. Era il 1976. E mentre lui era al largo nelle acque del golfo, a Monte di Procida nasceva suo figlio Gianluca. Un altro evento rimasto impresso nella memoria dell’equipaggio del “Pietro Micca” si svolse nel porto di Castellammare di Stabia, dove una carboniera italiana in costruzione ed allestimento presso la “Sidermar”, trovatasi traversata alla banchina nella fortissima risacca di vento di burrasca venne tenuta scostata dal molo per 48 ore ininterrotte dal cavo di rimorchio del “Pietro Micca” con la sua macchina a tutta forza. Il salvataggio della carboniera, in condizioni meteo marine così avverse, pericolosamente costò al rimorchiatore ben due ancore e diversi cavi di rimorchio, che nell’operazione si spezzarono. Era il 1957. Ed il nome della carboniera è perduto nella memoria.

La rinascita sul fiume Tevere
Pietro Micca 1895 Foto Maccione 4Nel 1996, dopo un fermo di quattro anni, nei quali l’armatore SARGENAVI cerca acquirenti per venderne il ferro, nonostante la caldaia e la macchina fossero, grazie alla passione e competenza del Direttore di Macchina Benito Spinelli, ancora in condizioni perfette, il “Pietro Micca” viene acquistato dall’”Associazione Amici delle Navi a Vapore Gianluca Spinelli” intitolata a colui che avrebbe rappresentato la terza generazione di Direttori di Macchina sulla nave, ma purtroppo prematuramente scomparso. E’ attraverso un trafiletto pubblicato sulla rivista “Yacht Digest” dal giovane Gianluca Spinelli e intitolato “Salviamo il Pietro Micca”, che nel 1995 il Capitano Pierpaolo Giua viene a conoscenza della nave e decide di diventarne proprietario. L’8 Maggio 1996 il “Pietro Micca” entra nel fiume Tevere. L’acquisto ha lo scopo di salvare e tramandare un bene culturale di interesse inestimabile, per tutta la comunità marittima. Il R.re “Pietro Micca” rappresenta, infatti, una testimonianza storica delle tecnologie di un tempo, ricche di fascino ed insegnamento. Il suo restauro, per un ammontare di circa trentamila ore lavorative, viene effettuato presso il Cantiere Tecnomar a Fiumicino, che attualmente ospita il rimorchiatore, per volontà e determinazione del Cap. Pierpaolo Giua, fondatore del Cantiere nel 1964, presidente dell’Associazione e attuale Comandante.

Il Pietro Micca pronto per nuovi viaggi
Pietro Micca 1895 Foto Maccione 9Nuovo comando, nuove mansioni, nuove fortune. Salvata dalla demolizione, naviga i mari sotto la sorveglianza del Registro Navale Italiano ancora classificata con il massimo del punteggio per lo scafo e per la macchina: 100 A1. Si distingue, inoltre, per l’ottimo stato di conservazione che gli consente tutt’ora una totale ed efficiente operatività. Diventa unità di rappresentanza dell’associazione “Legambiente” in veste di “Goletta Verde”per viaggi lungo le coste italiane e spagnole allo scopo di prelevare campioni di acqua marina e monitorarne la qualità. Partecipa a diversi raduni di navi storiche ed è sotto il patrocinio di alcuni comuni marittimi italiani. E’ citata in vari cataloghi, tra cui quello dell’Associazione delle navi a vapore inglesi, volti alla trasmissione dei valori tecnici e marinareschi di quello che è, forse, uno dei più importanti periodi per il commercio e le scoperte lungo le vie marittime. Ha accolto a bordo scolaresche provenienti da tutta Italia. Nella prossima stagione estiva, il “Pietro Micca” si appresta a prendere il mare per un viaggio che lo porterà a fare scalo nella “natia” Monte di Procida. Ma se è vero che, grazie alla volontà e alla passione di tanti, il “Pietro Micca” è arrivato fino ai giorni nostri, nulla nella vita di una nave può dirsi acquisito per sempre e il futuro rimane sempre incerto.

 

Emiliano Parenti Foto MaccioneEmiliano Parenti, direttore tecnico del cantiere Tecnomar di Fiumicino, ha partecipato al restauro del R.re “Pietro Micca” e di altri rimorchiatori, tra cui “Don Giovanni”, “Mastiff”, “Lutteur”, “Eta of Lowestoft” e di Yachts a vela d’epoca e classici, tra cui “Windswept”, “Kipawa”, “Marga”, “Orianda”, “Owl” e tanti altri, vincitori di premi sia per il restauro sia per meriti sportivi. Naviga da sempre ed è membro della “Yacht Historians Association”. E’ associato e collabora con la direzione della sezione della Lega Navale Italiana dell’Università degli Studi Roma Tre.

Nota: gran parte delle informazioni riportate ci sono state trasmesse attraverso la lingua parlata. Racconti e ricordi. Malgrado i nostri sforzi, potrebbero per questo contenere qualche inesattezza e ce ne scusiamo in anticipo col lettore. Il lavoro di ricostruzione storica è solo all’inizio e tantissime sono ancora le testimonianze, i documenti, le immagini, i racconti da ricercare.

 
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