Il ligure Pietro Ricci, classe 1926, possiede una delle più invidiabili collezioni private di attrezzi impiegati un tempo dai maestri d’ascia per costruire le barche in legno. Oggi, quello che è considerato un vero e proprio ‘patrimonio della memoria’, costituito da oltre 2000 oggetti, viene visitato dalle scolaresche ed esposto in occasione di eventi e raduni di scafi d’epoca. Perchè anche le tradizioni navali possono diventare un ottimo veicolo di promozione turistica.  

 

Di Corrado Ricci – Gennaio 2014
Fotografie di Paolo Maccione 
Pietro-Ricci-4IL ‘TESORO’ NEL GOLFO DEI POETI
Ancor prima che si spalanchi davanti agli occhi il 'tesoro' di attrezzi da lavoro che raccontano l'ingegno dei maestri d'ascia e dei calafati, è il naso a cogliere l'indizio dell'accesso ad un'altra dimensione, che profuma di sacro e profano allo stesso tempo. Quello della stoppa e della pece che stanno ai vecchi cantieri come l'odore di incenso sta alle chiese, come il mosto sta alle cantine. Benvenuti nel tempio della cantieristica navale, dove il culto della memoria si fa trasmissione di sapere, lotta contro il tempo, gli acciacchi e l'indifferenza degli stolti  per consegnare alle nuove generazioni l'orgoglio delle radici. Il 'lottatore' si chiama Pietro Ricci, 87 anni compiuti il 13 gennaio del 2013.  Le radici sono quelle del borgo delle Grazie, con la sua insenatura che fu culla dei cantieri navali: Canepa, Tomaso di Savoia, Varignano, Argo, Valdettaro.  Di tutti ne è rimasto solo uno, il cantiere Valdettaro che cerca di tenere alta la bandiera della tradizione grazie ai discendenti della 'stirpe eletta' dei maestri d'ascia, dalle cui mani d'oro passa la rinascita delle  barche d'epoca, ospiti d'onore ogni due anni di un raduno velico che trasforma Le Grazie in un museo galleggiante a cielo aperto. Per godere della meraviglia bisogna attendere la  prossima quinta edizione (settembre 2015).
 
 
IL MUSEO DOMESTICO DI PIETRO RICCI
Ma ogni giorno è buono, per i cultori delle costruzioni navali, per effettuare un tuffo ritemprante nella memoria, nuotando idealmente, ma anche realmente, in un mare di attrezzi che raccontano fatiche, creatività e ingegno della gente dei cantieri. Il-tempio-museo-di-Pietro- Ricci-11Sono quelli raccolti da Pietro Ricci nel suo museo domestico, allestito nella taverna il cui soffitto poggia su un  trave costituito da  un vecchio albero di veliero. Per chi è veramente appassionato e soprattutto per le scolaresche, le porte sono sempre aperte. Ma  Pietro non sta solo ad aspettare: nel corso degli ultimi 30 anni si è lanciato nell'organizzazione di almeno 40 mostre dedicate ai maestri d'ascia, da un capo all'altro della provincia, con incursioni a Imperia e Viareggio.
 
 
UN MARE DI ATTREZZI
Sono oltre 2000 gli attrezzi raccolti e per buona parte esposti, per lo più di famiglia, altri strappati alle discariche  e dalle mani di chi voleva liberare le soffitte senza rendersi conto dell'affronto che avrebbe fatto ai suoi avi. “Ci sono attrezzi  di tutti i tipi, da quelli per 'montare' una barca all'interno di  una fialetta per le iniezioni , a quelli per costruire i grandi clipper che prendevano forma negli scali”,  dice con orgoglio Pietro, custode del patrimonio culturale. Il-tempio-museo- di-Pietro-Ricci-2Asce, pialle, seghe, verine, raspe, magli, scalpelli ... per ricordare quelli dai nomi risaputi che, basta citarli, richiamano le loro forme. “Sono di tutte le dimensioni, a misura di ogni intervento (anche per quelli in spazi angusti) e di ogni... braccia. Sì, perché a seconda della loro diversa stazza, a cominciare dalla lunghezza delle braccia, maestri d'ascia e calafati si costruivano l'attrezzo specifico, di cui erano gelosi”, racconta Pietro, che ne puntualizza il valore: “Ogni attrezzo corrisponde ad un antenato, che qui continua idealmente a vivere ... questi attrezzi sono intrisi del suo sudore, del suo sangue, del suo pensiero ...” Ecco spiegata la sacralità del luogo. Che è anche specchio della goliardia dei vecchi carpentieri, della loro passione per il vino buono. Nel museo spicca anche il fiasco con l'invito all'armatore: se acqua darai a questo scalpello, acqua farà il tuo navicello.
 
 
I MAESTRI D’ASCIA, POETI DEL LEGNO
Sì, poeti del legno i maestri d'ascia e i calafati. Ma anche teneri compositori di racconti in rima, e in dialetto, dello loro vita 'segnata'. Ecco alcuni frammenti di una poesia di Aldo Festa:
 Finìo e scheie
 semo andai a travagià
 pe guadagnà n'à palànca
 e portala a cà.
 A maina
 i cominsavo a picà
 ae oto de' matina
 se sentiva o cioco
 anche den cà...
Il-tempio-museo- di-Pietro-Ricci-13Traduzione: Finito le scuole siamo andati a lavorare, per guadagnare un soldo e portarlo a casa. Alla mattina cominciavamo a picchiare; alle 8 di mattina si sentiva il colpo anche da casa.
 
Nel museo di Pietro, il poeta nostrano è in buona compagnia, quella di Dante Alighieri che, nella Divina Commedia (Inferno XXI 7-20)  ai cantieri navali dell'Arsenale di Venezia dedicò una terzina, per cantare della pece, elemento che attende all'Inferno i corrotti e i corruttori.
 
Quale nell'arzanà de'Viniziani
bolle l'inverno la tenace pece
a rimpalmar i legni lor non sani,
 che navicar non ponno, in quella vece;
 chi fa suo legno novo e chi ristoppa
 la costa a quel che più viaggi fece,
 chi ribatte da proda chi da poppa
 altri da remi e altri volga sarta
 chi terzaruolo e artimon rintoppa,
 tale non per foco ma per divin'arte...
 
 
Pietro-Ricci-5ARTISTI O ARTIGIANI?
Insomma per Dante alita il soffio divino nella mente e nelle mani dei maestri d'ascia che, anche se analfabeti, riuscivano a fare meraviglie, con i loro attrezzi. Come il ‘gaibo’, tradotto garbo: una catena di elementi di legno che, bagnata con acqua calda, diventava strumento per dare forma e tracciare le ordinate, là dove il maestro d'ascia, anche in assenza di disegni, era capace di interpretare e realizzare elementi strutturali. “Sì, c'era anche chi era dotato di un talento particolare, quello di interiorizzare le forme della barca e riportarle su legno seguendo un processo che sapeva più di artistico che di artigianale” spiega Pietro. Un esempio? “Quello delle tavole di fasciame delle imbarcazioni più piccole. Esse non sono semplici strisce rettangolari: la loro linea deve tenere conto dello sviluppo indotto dall'applicazione sulle ordinate di poppa e di prua. Sono in pratica, per capirci, delle 'esse' molto allungate. Ebbene, c'era chi tracciava la tavola di fasciame ricorrendo a due chiodi,  posti ad una distanza pari alla lunghezza della tavola da collocare sull'ossatura e ad un filo di lana ad essi assicurato e impregnato di  terra di Sinopia. Metteva in tensione il filo tirandolo con le mani, disassandolo rispetto alla congiungente dei chiodi, in relazione alla linea che intendeva dare alla tavola: rilasciandolo al momento giusto, il filo andava a colpire la tavola, lasciando impressa la linea da seguire per effettuare il taglio. Sembra una magia ... era una realtà ”. Divin'arte per dirla come Dante.
E intanto sulla spinta di Pietro e dei raduni di velieri storici alle Grazie ha preso forma il porto-museo: la banchina comunale è 'dedicata' alle barche d'epoca, alcune delle quali 'figlie' del cantiere Valdettaro e comunque qui ora manutenute. L'ingegno dei maestri d'ascia si fa così anche attrazione turistica. Quei legni tirati a specchio e gli ottoni luccicanti sono proprio un bel vedere.

 

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